15 marzo 2020

L'Italia (non) digitale ai tempi del Covid19




Qualche riflessione su questo periodo di quarantena utile, si spera, a superare questa pandemia da Sars-cov-2 (vi ricordo che il virus si chiama Sars-cov-2, Covid19 è la patologia).

In questi giorni sto osservando le mie figlie e le modalità messe in campo dalle scuole per dare una continuità didattica, considerando che le scuole resteranno chiuse per un bel po’.
(vi dico subito che alla gioia dei primi giorni di chiusura, adesso le mie figlie iniziano a rimpiangere la scuola, di svolgere lezioni regolari e soprattutto di stare con i loro amici)

Ma andiamo con ordine. Vi racconto quella che è stata l’evoluzione di questi giorni e che è abbastanza comune anche ad altre famiglie.
La prima mossa di quasi tutti i professori è stata quella di creare un gruppo WhatsApp. Perché ormai è proprio la base per un animale sociale del 21esimo secolo avere uno smartphone con connessione dati e WhatsApp.

Ok. Tutti dentro. 
Wow come siamo moderni. Possiamo fare tutto anche senza vederci. Figo. Pronti via.
Compito assegnato. Un tema (Prof. di Italiano).

Panico.

Come lo condividiamo? Il genitore nerd (io) suggerisce la cosa per lui ovvia. Scrivete su un Word e poi lo inviate alla Prof. via mail.

Semplice, no?

E invece si scoprono le seguenti "zelle" (che in napoletano sta per “lacune”):
  1.  Quasi la metà della classe ha come unico device lo smartphone. Non esiste in casa alcun PC. (da cui il corollario che Word non sanno manco dove stia di casa)
  2. La maggioranza della classe ha come unico collegamento dati quello dello smartphone (confondendo spesso WhatsApp con Internet). La connessione quindi non è mediata da un router.
  3. La quasi totalità dei ragazzi ha poca dimestichezza con l’e-mail.
  4. La quasi totalità dei ragazzi non sa che in fase di configurazione del loro smartphone hanno dovuto necessariamente fornire o configurare una casella di posta elettronica (!!)
  5. Non da meno i professori. Completamente impreparati a questa emergenza. Poca conoscenza degli strumenti di collaborative workspace (WebEx, Teams, Hangouts etc.). Senza precise indicazioni sono partiti per lo più scoordinati seguendo ognuno la propria strada guidati dalla propria buona volontà (ammirevoli, sia chiaro).
  6. Le scuole, per corollario, hanno fornito strumenti di collaboration deboli (Edmodo, Argo etc.) senza un piano per sopperire al divario digitale di molte (troppe) famiglie, non garantendo di fatto il diritto allo studio.
Insomma, a mio modesto parere, stiamo pagando in questo periodo di emergenza, scelte sbagliate fatte in anni passati a vari livelli.

La prima scelta non proprio vincente è stata senza ombra di dubbio puntare tutto sul Mobile First. Ricordiamo che agli inizi degli anni 2000, quando il governo italiano si concentrava sulle gare UMTS e 3G, l’Italia aveva ancora la connessione via cavo più lenta di tutta Europa. Siamo arrivati a colmare il gap negli ultimi anni con un piano di connessione fibra che però vede i suoi limiti nella tecnologia FTTC.

L’altra scelta poco lungimirante è avere lasciato che una generazione intera (la famosa Generazione Z) sia approdata su internet avendo come unico device di riferimento lo smartphone e i social come unica modalità di iterazione (per assurdo sarebbe stato più semplice organizzare una diretta Instagram per fare una lezione che far capire ai ragazzi come utilizzare WebEx).

Alla fine di questo periodo di emergenza, l’Italia dovrebbe fare tesoro di quanto è emerso in questi giorni e affrontare un serio piano di digitalizzazione del paese con alcuni cardini inderogabili: 
  1. La connessione a internet è una commodity alla stregua di Luce, Acqua e Gas. Va garantito in ogni domicilio l’accesso alla rete con un router (senza il quale anche tutta la retorica dell’IoT si va a far benedire).
  2. Le scuole devono per una buona volta affrontare il nodo della digitalizzazione. Che non è solo dotarsi di una connessione internet decente. Parliamo di dotare la scuola di strumenti di collaboration e soprattutto di formare i docenti sull’utilizzo delle più recenti tecnologie di eLearnig.
  3. Lo smartphone non è un “replacement” del PC. Anche qui andrebbe fatta una politica di incentivazione per l’acquisto di un PC in ogni famiglia (così come è stato fatto per il Digitale Terrestre).
  4. La digitalizzazione è un processo che va governato. Non possiamo più permetterci di subire tale processo senza avere un riferimento e una standardizzazione per il settore pubblico.

I momenti di emergenza possono diventare delle inaspettate opportunità, degli acceleratori di processi innovativi. Ecco, il mio augurio è che questo periodo possa diventare un’ottima occasione per iniziare una digitalizzazione del paese seria e soprattutto “governata”.




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