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18 gennaio 2018

Lettera aperta ad un BabyGanghista

Caro BabyGanghista,
eh tu, sì sì, proprio tu. Come dici? Che cazzo voglio? Ti voglio scrivere una lettera aperta, una di quelle cose belle da intellettuale impegnato. Come, che ne devi fare? La leggi e poi rifletti. Ah, dici che vuoi 50 euro e il mio telefonino altrimenti mi intommi di mazzate? Mi sembra equo. Ok. Però poi mi devi ascoltare. Sì, faccio presto che già ti ho scassato la guallera, ho capito.

Dicevo, caro ragazzo BabyGanghista, oggi tutti parlano di te. Non lo sai, ma tu e i tuoi amici siete diventati "Baby Gang" che si legge "bebigheng", prima eravate "bande di ragazzini" poi per far vedere che il fenomeno è nuovo hanno trovato la definizione americana. Hai presente, no? Come per le "Fake News" che una volta si chiamavano "stronzate".
Comunque, bando alle ciance, avete esagerato! Oh! Tutti questi ragazzi accoltellati, pestati, derubati, milze spappolate, occhi tumefatti. La dovete smettere.
Noi, borghesia illuminata e perbene, però, vi perdoniamo, nella nostra immensa cultura, sappiamo bene che la responsabilità è nostra. E allora vi offriamo da oggi un'alternativa. La nostra.
Lasciate questa vita di strada ed abbracciate il nostro stile di vita.

Vi offriamo di vivere così come facciamo noi. Nel rispetto delle regole democratiche, con la giustizia sociale che ci contraddistingue. Caro ragazzo, invece di fare il criminale, pensa che invece potresti diventare un onesto lavoratore, magari i primi tempi precario o con partita iva, però con la prospettiva di poter comprarti i meglio cellulari in comode rate e iscriverti ai più frequentati social network per poter seguire e commentare i personaggi pubblici di spicco (magari quelli ti rispondono pure!)
Come dici? In un giorno se ti metti alzi duemila euro? Azz!

E invece dovresti andare a scuola! Quella bella scuola statale, orgoglio di noi tutti, piena di docenti ultra contenti di fare quel lavoro e che sono i primi motivatori e sponsor del sistema scolastico.
Se studi tanto e prendi tanti voti alti, se leggi tanto e sei acculturato, vedrai che un posto di prestigio in questa società lo troverai sicuramente. Perché dalla nostra parte, le regole sono rispettate. Chi sbaglia paga! 
Eh? Che significa che secondo te in galera ci stanno solo i puzzafame?? Ma che dici!

Ho capito, te ne vuoi andare e hai già perso troppo tempo col sottoscritto.
Però volevo solo ultimare il ragionamento con...sì, va bene, ti do i 50 Euro e il telefonino ma tu abbassa quel coltello.
Senti, ma poi quando hai tempo vogliamo approfondire quel fatto dei duemila euro al giorno? No, perché mi potrebbe interessare...


21 luglio 2017

In attesa che si verifichi un Accadimento straordinario


Quelli erano quattro giorni di pioggia a Napoli. Li raccontò in modo superbo Nicola "Nick" Pugliese.
La pioggia. Quella che da queste parti manca da circa sei mesi. Fa caldo. E ci siamo accorti che il Vesuvio aveva (aveva) degli alberi. Tanti. Li abbiamo visti in cielo, sublimati in denso fumo bianco. Ci siamo ricordati che il Vesuvio è un Parco Nazionale. Che c'era l'Oasi degli Astroni. Natura protetta. Poco e male.

L'angosciante constatazione del "collasso di quelle protezioni materiali e culturali cui si affida una comunità per difendersi dalle forze che la minacciano". Emergenza, sempre e comunque. Siamo tanti, e non sappiamo (più?) come stare insieme.
E questo caldo manco aiuta. Fiacca il fisico e la mente. Che viene voglia di abbandonarsi al caso.

Ma perché non piove? "Deve" piovere! Un segno dal cielo. Lo sguardo verso l'alto, o puntato in uno specchio, occhi che si fissano, come quelli di Andreoli Carlo mentre si rade «perché lui sapeva bene quanto fosse attaccato alle sue pietre, a questa vita desolata e grigia del mare in ottobre»

E poi, arriverà la pioggia a placare quest'angoscia, a pulire aria e terra.
«E la finzione allegra del fatto collettivo si era trasformata adesso in dura constatazione di solitudine. E questo restava, della città impagabile, questo soltanto, e l’ombra d’un passato scolorito e la retorica che pretendeva di essere poesia, e nulla, e nulla, e quale città diversa avrebbe vissuto un giorno?, quale città?»

7 luglio 2017

Castelli di Sabbia

Se andate qui https://goo.gl/maps/axj13WM6an42 , potrete farvi un un'idea di com'era ad Aprile 2016 lo stato del palazzo di Rampa Nunziante a Torre Annunziata la cui parte posteriore oggi alle 6:30 del mattino è venuta giù miseramente.
Di seguito alcuni screenshot presi da StreetView:








30 maggio 2017

L'indotto di Gomorra


Probabilmente, più che della bontà di un progetto musicale, stiamo tutti parlando di una strategia comunicativa. Emblematici sono in questo senso i video delle due canzoni, che raccontano la storia di una coppia di adolescenti di estrazione popolare, prima dal punto di vista di lei (9 Maggio), tradita e abbandonata da lui, e poi da quello di lui (Tu t’e scurdat’ ‘e me), che recrimina per la fine di un’avventura interclassista con una ragazza di buona famiglia (tutto comunque già visto nelle pellicole anni Ottanta di Nino D’Angelo). Quello che vince è la fotografia dei due videoclip, la nuova cartolina di una Napoli cupa, romantica ma decadente, che nella sua finta intenzione di oltrepassare i cliché oleografici ne va a costruire di nuovi. È la fotografia di Gomorra la serie o, a un livello meno riuscito, dei film di De Angelis e delle fiction tratte dai romanzi di De Giovanni, che ricerca (e in effetti trova) le angolazioni più efficaci per far convivere il lungomare e i vicoli bui del centro, la Gaiola e l’architettura postmoderna di periferia, il rodeo di piazza Mercato e lo sfascio ereditato da Italia ’90 alle spalle del San Paolo. Sullo sfondo, l’identità elementare del tifo calcistico, capace di tenere insieme un pubblico socialmente trasversale, che infatti l’operazione Liberato coinvolge.
(via Napoli Monitor)

9 luglio 2016

Il Napoletano può solo emigrare (secondo Dolce&Gabbana)


Sono provinciale.
Non amo Napoli.
Mi lamento solamente.

Grosso modo questo è il quadro scaturito dal dibattito a cui ho (incautamente) partecipato in questo giorni sulla manifestazione di Dolce&Gabbana a Napoli.
Terreno scivoloso. Presenza di tifoserie. Avere un'idea sulla questione che non sia bianca o nera, ti mette comunque su un piano inclinato che a seconda dell'interlocutore ti porta ad essere assimilato con una delle due fazioni in gioco.

Io volevo scrivere un post molto più utile con le indicazioni per affrontare il percorso per la Baia di Jeranto, però voglio cristallizzare il mio pensiero qui, che poi magari mi rincojonisco.

Utilizzare Napoli, anzi, utilizzare il suo centro storico come scenografia per la campagna pubblicitaria della nuova linea di abbigliamento, scegliere Napoli come location per festeggiare l'anniversario di una delle case di moda più note del mondo, va benissimo.
Grosso modo l'uso che si sta facendo della città non è molto diverso da quello che ne avrebbe fatto un regista chiedendo l'autorizzazione a girare scene del suo film tra i vicoli del centro di Napoli.
Il risultato è anche bello. Dolce&Gabbana hanno tra l'altro pagato per il disturbo versando bei soldoni nella asciutte casse comunali (al netto del regalino sulla tassa Cosap).

Ma non è questo il punto. Proprio perché abbiamo orgoglio (perché ne abbiamo ancora, vero?) non possiamo fermare il tutto alla lauta mancia o al "ritorno di immagine" (poi qualcuno un giorno mi farà un calcolo?).
Il mio disappunto è per il tipo di narrazione proposta. Perché se è vero che D&G ci porteranno al centro del mondo, ci stiamo chiedendo anche "come" ci porteranno?
A me pare che la sceneggiatura ideata da Dolce&Gabbana sia essenzialmente il contrasto tra il "Glamour" (cacchio quanto mi fa rissa questa parola) e la decadenza/povertà del vicolo napoletano puntando un carico da cento sul più stantio dei folklorismi e luoghi comuni del nostro territorio.
Tutto bene? E' questa la nostra Napoli nel 2016?

Credo che questa rappresentazione abbia spazzato in un sol colpo quell'opera "enorme" fatta agli albori degli anni 80 da chi cercava di scrollare da dosso ai napoletani quella patina di "pizza, spaghetti, sole e mandolino".
- "Voi siete napoletano?"
- "Sì, ma non emigrante, eh! No, no, pecché ccà pare ca 'o napulitano nun po' viaggia', po' sulamente emigra'".
Questo era Massimo Troisi (dal film "Ricomincio da tre") che aveva un'idea di Napoli e della "napoletanità" molto più evoluta.
Ma non solo lui.
[...] E' il medesimo meccanismo che sollecita molti autori a scrivere su Napoli film o commedie che travisano il significato della napoletanità e portano in giro aspetti falsi o inesistenti, o forzati e caricaturali della vita dei napoletani. E il bello è che qualcuno, facendo questo, si è pure fatto i soldi.
Attori, cantanti, registi, scrittori: un piccolo esercito di persone che sfruttano quella che definiscono la "cultura" di Napoli e che invece altro non è che folklore, o peggio folklorismo... [...]
Chi scrive qui è invece Pino Daniele ("Storie e poesie di un mascalzone latino", 1994, Pironti).
Insomma, a me pare che in questi ultimi anni le uniche narrazioni di Napoli che abbiamo da spenderci fuori dalle mura siano due: quella di Tom&Gerry e del Topolino napoletano o quella della Serie TV Gomorra. "Potrebbe andare peggio, potrebbe piovere".

Poi c'è chi, nella sua bravura e genialità, con fare sornione riesce in poche righe (non come il sottoscritto) a sintetizzare mirabilmente il tutto. Grazie Maestro.


E voi? Cosa ne pensate?


25 aprile 2016

Ecosistemi Software Napoletani ovvero l'incomunicabilità instituzionale.

Partiamo da una definizione tecnica.
Ecosistema Software. Cos'è?
defined as a set of businesses functioning as a unit and interacting with a shared market for software and services, together with relationships among them. These relationships are frequently underpinned by a common technological platform and operate through the exchange of information, resources, and artifacts.
In pratica è quella condizione secondo la quale un dispositivo elettronico lavora molto meglio (per volontà del produttore) se affiancato da altri dispositivi della stessa "famiglia".
Diciamo che il produttore agevola e ottimizza alcune funzionalità se queste sono consumate da dispositivi "amici".
Ovviamente questi agevolazioni sono alle volte semplici leve commerciali per "favorire" l'adozione di un dispositivo rispetto ad un altro.
Esempi di ecosistema sono quelli creati da Apple (MacOS, iOS), Microsoft (Windows 10) e Google (Android e Google's App).

Da ieri, con la venuta a sorpresa del Primo Ministro Matteo Renzi a Napoli (terza volta in un mese, record), abbiamo anche un altro Ecosistema. Quello del PD.

Vi spiego. Ieri arriva a Napoli il nostro baldanzoso Renzi e si fionda direttamente in Prefettura per sottoscrivere tale "Patto per la Campania" con il governatore De Luca.
La comunicazione funziona benissimo tra MatteOS e VecienzOS essendo i due OS (Operating System) dello stesso produttore. Il PD.
All'incontro però manca una figura fondamentale. Non c'è il Sindaco di Napoli. Non è stato invitato.

Perché? Perché a Napoli i cittadini hanno deciso di adottare per il governo del Comune un altro sistema operativo. Il GiginOS basato su standard diversi e tecnologia più Open.
C'è da sottolineare però che l'adozione di un altro OS è consentito ed è documentato dalle specifiche funzionali di base chiamate CI (Costituzione Italiana).
Questo GiginOS però non è molto supportato (e sopportato) da MatteOS. I due sistemi non dialogano e non si scambiano informazioni e spesso e volentieri vanno in crash se li si mette in collegamento.

Alle lamentele dei cittadini napoletani di questi continui mal funzionamenti, il MatteOS risponde che per un corretto funzionamento di tutto l'ecosistema, anche il Sindaco dovrebbe essere dello stesso produttore, cioè il PD.
E per aiutare il concetto, il MatteOS ha invitato in Prefettura, senza alcun titolo, tale Valeria Valente attuale candidata a Sindaco di Napoli per il PD.
Come dire, MatteOS ha mostrato a noi comuni mortali come gli garberebbe che fosse la prossima riunione istituzionale a Napoli. Un suggerimento, via!

Agevoliamo la foto a corredo.

A questo punto, considerando che MatteOS si è autoproclamato candidato Primo Ministro dopo una mirabile scalata interna al PD ed è arrivato a Palazzo Chigi senza passare per le urne (come nel Monopoli), si potrebbe anche ipotizzare che il prossimo Sindaco di Napoli ce lo scelga a sua gusto e piacimento, tanto il voto sta diventando una fastidiosa perdita di tempo, su Bagnoli ci ha messo un bel Commissario con poteri esecutivi. Ma in fondo che problema c'è?
Ci pensa MatteOS.

Ah, buon 25 Aprile a tutti.


3 novembre 2015

Beneventum, 1985

3 Novembre 1985.  Fa freddo a Benevento. Pioviggina e fa freddo. A Benevento fa sempre freddo. Credo che sia un fatto mentale. Per chi viene, come noi, da Napoli, la città di Benevento è "'ncopp' 'a muntagna". Quindi fa freddo, a prescindere.

Stadio Santa Colomba. Sono con mio padre. Seduti sulle scomode gradinate della tribuna centrale. E' domenica pomeriggio e siamo qui per guardare un partita. Il Benevento, squadra locale, contro la Cavese, compagine salernitana. Quasi un derby.
In realtà a me e a mio padre non frega nulla di questa partita. Ma comunque siamo costretti a stare qui, su questi spalti, 'ncopp 'a muntagna. Amor familiare, come dice papà. Mia cugina, versante paterno, è sposata da qualche anno con un calciatore. Un difensore, mezza pippa, cresciuto nella primavera del Calcio Napoli con la speranza di fare il grande salto in Serie A. Oggi è seduto sulla panchina del Benevento Calcio. Noi da sopra lo salutiamo con la mano ogni volta che si gira o quando si alza per fare riscaldamento.

Sappiamo tutti che manco oggi giocherà, ce l'ha annunciato mia cugina venendosi a sedere sconfortata accanto a noi. Dice che l'allenatore è uno stronzo e che finita questa stagione il marito deve trovarsi un'altra squadra che non lo mortifichi come questa. Io ho solo undici anni ma mi è già chiaro che in realtà il marito di mia cugina è un pezzo di legno senza alcun talento e che il suo culo conoscerà tante e tante altre panchine.
Quindi siamo qui, in questo stadio mezzo vuoto a guardare uno schifo di partita tra due scarsissime squadre di serie C1.
Ma sia io che mio padre nelle nostre orecchie abbiamo un auricolare. Questo auricolare e collegato ad una radietta AM/FM. Questa radietta è collegata su "Tutto il Calcio Minuto per Minuto". Tutto il Calcio Minuto per Minuto ci sta raccontando "La Partita". "La Partita" è Napoli-Juventus.
Non siamo i soli. Attorno a noi quasi tutti guardano il campo del Benevento ma ascoltano la radiocronaca delle partite di Serie A. Tutti, non solo noi, attendono il miracolo allo Stadio San Paolo. Il miracolo di Diego Armando Maradona.

Inutile e superfluo ricordare cosa rappresenti per un tifoso meridionale la partita con la Juventus.
Ogni tanto un signore seduto sulla panchina del Benevento si gira, mi guarda e con le dita della mano racchiuse a cono mi fa cenno per sapere a che sta la partita del San Paolo. Io rispondo con due cerchi fatti con pollice e indice di entrambe le mani. Zero a zero.
Quasi alla fine del primo tempo mio padre smozzica una bestemmia. Espulso Bagni insieme a Brio. Sugli spalti dello stadio di Benevento si rumoreggia. Finisce il primo tempo al San Paolo. L'arbitro fischia anche qui. Sugli spalti dello stadio di Benevento si parla solo di Napoli-Juventus.
Comincia una pioggerellina più fitta. La temperatura si abbassa ancora. Mi stringo accanto a mio padre, legati dal filo degli auricolari. Ricomincia la partita qui e anche l'altra via etere.
Mia cugina ci informa di aver saputo da suo marito che forse l'allenatore del Benevento ha deciso di farlo giocare. Manco lo finisce di dire e il Benevento prende gol. Niente da fare. Mia cugina cade in depressione. Poco dopo il Benevento pareggia. Esultiamo un poco tutti applaudendo in modo composto, ma siamo tutti con la testa al San Paolo.

Arriva il settantesimo minuto. La radiolina ci racconta di Maradona atterrato in area. Rigore, urla qualcuno. No, punizione a due in area. Quello che è successo dopo è pura poesia.
Il ragazzo argentino di Lanus da posizione impossibile, su punizione, mette il pallone in rete. Dalla radio a stento si sente il commento del radiocronista coperto dal boato del San Paolo.
Tutto lo stadio di Benevento, appresa la notizia, si esibisce in un tremendo boato. Io grido istericamente abbracciato a mio padre.
In campo i giocatori delle due squadre si fermano. Guardano smarriti la panchina e gli spalti. Il pallone viene buttato fuori. Dalla panchina del Benevento si alzano tutti, girati verso di noi chiedendo cosa sia successo. Tutti gridiamo "Maradona!!". Abbracci e applausi anche dalla panchina. Attorno a me tutti in festa.
Intanto la partita riprende. Ma ormai non esiste altra partita all'infuori di quella di Fuorigrotta che volge al termine.
Triplice fischio. Benevento-Cavese, 1-1; Napoli-Juventus, 1-0.

Oggi son trent'anni esatti da quel giorno. Mia cugina in seguito divorziò dal calciatore, il quale calciatore si confermò una pippa, il Benevento finì terzultimo ma fu ripescato perché la Cavese venne retrocessa causa totonero, il Napoli finì terzo in campionato ma cominciò il cammino che portò due scudetti e una coppa Uefa sotto il Vesuvio, a Benevento fa freddo, Maradona è sempre meglio di Pelè.



7 settembre 2015

Quel tamarro di Cosimo Fanzago


Entrò nella chiesa, accompagnato dai monaci certosini. Piccolina, pensò. Alzò lo sguardo al soffitto e scosse la testa. Ancora quel vecchiume gotico, quegli archi di pietra grezzi del cazzo. Che tristezza questa Certosa di San Martino.
Vorremmo qualcosa di nuovo, di moderno, ma non sappiamo cosa, disse uno dei monaci.
Cosimo portò la mano al petto, fate fare a me, ci penso io, darò un tocco di eleganza e raffinatezza a questa cappelletta che vi ostinate a chiamare chiesa.
Ed ecco spuntare policromie di marmi e pietre colorate, riccioloni di marmo come un coltello caldo che sfiora il burro, putti e puttini dalle gote paffute e dai piedi pagnottosi. E poi, il colpo di classe.
Decorazioni a rosoni, con forme vegetali, dei cavolfiori, delle insalate, di marmo, giganti, attaccate ai pilastri della navata centrale. Ed anche sul soffitto, in gesso, rosoni enormi, tra un affresco e l'altro a cancellare per sempre quel pezzente di Tino da Camaino e il suo gotico da sfigato.
Quando Cosimo mostrò l'opera completata, i monaci restarono senza parole, soprattutto per il conto presentato che vedeva alla voce "marmi" una cifra con la quale all'epoca si sarebbero potute erigere quasi altre quattro certose.

Ormai a Napoli non si parlava d'altro. Cosimo Fanzago era una star, richiesto ovunque. Un Barbiere di Siviglia ante litteram. I suoi riccioli marmorei e l'uso spregiudicato dei colori erano diventati per la nobiltà napoletana un vanto da sfoggiare. Ovunque ci fosse ancora un vago ricordo gotico angioino, una parvenza di sobrietà che poteva essere scambiata per miseria, Cosimo aveva la soluzione: tonnellate di marmi, tanto che a Carrara i primogeniti maschi per un periodo vennero chiamati come lui, Cosimo.

Anche nell'austera basilica di San Lorenzo Maggiore, raro esempio di gotico transalpino alle pendici del Vesuvio, Cosimo decise di lasciare la sua firma. Ed ecco "il cappellone" di Sant'Antonio.
Una chiesa nella chiesa. Era più forte di lui, non poteva passare inosservato. No. Ed ecco ancora marmi lucidi e coloratissimi, foglie, rosoni e capitelli come se non ci fosse un domani.
Ancora oggi entrando nella basilica e guardando l'opera di Cosimo, si ha la sensazione di un gessetto stridente sull'ardesia. Un soprano che stecca il Der Hölle Rache.

Pleonastico e glamour, spietato killer del gotico, Cosimo Fanzago può essere, a ragion veduta, considerato il vero capostipite dei tamarri napoletani.

(prima che gli storici dell'arte mi mandino lettere o commenti pieni di insulti, questo racconto è una mia personale ricostruzione romanzata e fantasiosa, frutto di una domenica mattina a spasso per musei, certose e castelli. Resta però il fatto incontrovertibile che il Fanzago sia un gran tamarro).


5 giugno 2015

De Luca, una vittoria deludente.

Dal 2008 ad oggi il peggior risultato del PD in Campania, sia in termini assoluti che percentuali, è stato quello di domenica scorsa. Ho messo un poco di dati in fila. 
Ho preso a campione due cicli completi di Politiche/Europee/Regionali dove poter rilevare dati territoriali regionali.
Ovviamente sono offerte politiche differenti ed eterogenee (cliccate sull'imagine per ingrandire), ma essendo una serie storica, questi numeri raccontano comunque dello stato di salute del consenso di un partito in Campania.


Nel 2015 il PD presenta un candidato scialbo, vecchio (non anagraficamente ma di contenuti) e inviso da molti. 
Il risultato è stato una vittoria (scontata, considerando che l'avversario principale era il governatore uscente il quale non aveva certo i risultati dalla sua parte), ma una vittoria deludente. 

La sensazione è che sia stato più Renzi il traino che le mirabili imprese e l'appeal dello Sceriffo di Salierne.
De Luca contro cinque anni di governo Caldoro avrebbe dovuto stravincere. Invece abbiamo il risultato più deludente in Campania dalla nascita del Partito Democratico.

Qui la tabella utilizzata per l'analisi:


(a questo link sono disponibili i dati nel formato Google Doc)

3 giugno 2015

Non mi mancherete. (di Rafa Benitez)

E dunque io sarei il chiattone, il panzone,
quello a cui piace il vino.
Anzi, com'era quella cosa? Pall' 'e sivo?
Bravi, continuate. Continuate pure.

Quando son salito sul jet privato,
da Capodichino, direzione Madrid,
mi son sentito leggero, e solo per un attimo
avrei voluto affacciarmi dal finestrino
per sputarvi in testa, non a tutti. S'intende.

E dunque io sarei 'o 'nzallanuto
che non capisce il calcio italiano.
"Il-calcio-italiano", manco fosse una specialità.
Il vostro calcio puzza di merda.
Come gli organismi in putrefazione.

Pareggi, difese a cinque se non a otto.
Stadi decadenti e tifosi che si sparano
Cialtroni a commentare negli studi televisivi
Un presidente di federazione mortificante solo a vedersi.

Che magnifica terra Napoli, dall'alto.
Quante cose straordinarie da vedere e da vivere.
Le mie figlie sbalordite per il San Carlo, Pompei
il Golfo, il Vesuvio. Un vero paradiso.
Finché non conosci il peggio.

Il Napoletano supponente e giornalista,
e qui tocchi veramente il fondo.
Tutti a seguire il sandalo, nessuno mi ha capito.
Mediocri siete, mediocri rimarrete.

Com'era la cantilena?
'O chiattone se n'adda ij. Eccovi serviti.
Me ne sarei andato comunque, anche gratis.
Anche solo per non rivedere Massimo Mauro.
Farabutto e in mala fede.

Avete pure il coraggio di dirmi
che la stagione è stata fallimentare.
A me che avevo chiesto Mascherano
E mi son ritrovato un David Lopez.

La mortificazione di insegnare calcio
a delle capre. Inler, Britos, Jorginho, Gargano.
A Liverpool pulirebbero le scarpe ai giocatori.
Quelli veri. Ho fatto miracoli. Ho cercato la quadra.

Non mi mancherete. No, per nulla.
Non mi mancherà Aurelio e le sue promesse vane.
Non mi mancherà il tifo "contro" del San Paolo.
Specialmente non mi mancherà Castelvolturno.

Pensavo, sbagliando, di poter fare bene.
Di avviare un progetto vincente.
Mi son scontrato con tutti i limiti di una città,
di Aurelio e di mediocri giocatori.
Forse mi sono sopravvalutato.
Forse vi ho sopravvalutati.

Adesso sto per entrare al Santiago Bernabeu,
la storia del calcio. Quello che conta.
Florentino Perez mi presenta, flash, applausi.
Io mi commuovo, non mi trattengo. Piango.

Piango perché mi sono liberato. Libero.
Piango perché l'incubo è finito.
Sono a casa mia. Dove sono Rafa.
Rafa e basta. E se perdo non sarò "El gordo".

Sono il nuovo allenatore del Real Madrid.
I Galacticos. Più trofei che posti a sedere.
Il chiattone vi saluta, adagiando la mano sinistra
nell'incavo del gomito destro. Toh!!!
('afancul...questo l'ho imparato bene)

1 giugno 2015

Regionali Campania 2015 - Power View

Ho collezionato un poco di dati per cominciare a fare qualche riflessione.
Utilizzando Excel 2013 con PowerPivot e PowerView (due strumenti eccezionali della nuova suite Power BI di Microsoft) ho fatto alcune analisi del voto in Campania.

In generale c'è un arretramento di consensi nei due schieramenti principali dovuti sia all'aumento dell'astensione (uno cittadino su due non è andato a votare) sia all'ottimo risultato del M5S.

La prima analisi è per Area. Raggruppando i dati per Area politica e raffrontando il 2015 con la precedente tornata elettorale del 2010.
(clicca l'immagine per ingrandire)


C'è un dato strepitoso. Il M5S in cinque anni (nel 2010 si presentò Roberto Fico) aumenta di ben 913%. Ed è l'unico dato veramente di rilievo in uno scenario di generale arretramento di consenso. Il PD può esultare a metà. Porta De Luca in Regione ma lascia per la strada 164.400 voti.
Il Centro Destra sembra lo schieramento maggiormente eroso dall'astensionismo e dal M5S.
La Sinistra galleggia e non incide.



L'analisi di contribuzione dei vari candidati fa emergere un ruolo importante delle liste De Luca Presidente e Caldoro Presidente (certificando il fatto che nelle elezioni regionali prende molto peso il candidato rispetto al partito).

Direi che "non fu tutta gloria". Io il dato lo leggo in modo abbastanza anti-politico.
Ci sono due driver in estrema ascesa. Il primo è l'astensionismo al 50% che è la vera sconfitta per tutti i candidati. Significa non essere riusciti (nessuno dei 5 candidati) ad offrire risposte e motivazioni per metà dei cittadini della Campania. Il secondo sono i 373mila voti del M5S che nascono come forma di protesta contro il finto dualismo destra/sinistra.

All'orizzonte, purtroppo, non si scorge alcuna nuova classe dirigente in grado di proteggere e sostenere le istanze del Sud d'Italia.


30 maggio 2015

Il Peggio della Campania.

Col tempo impari che le belle storie in politica non esistono. E se esistono sono esclusivamente di minoranza. Ma quando ti proponi al governo della cosa pubblica ci sono solo interessi e garanzie per quegli interessi. Tu stesso devi essere garanzia. Garanzia per lo status quo. Diversamente sarebbe rivoluzione. E non mi pare che all'orizzonte se ne scorga traccia.

Domani nella mia regione, la Campania (ex Felix), saremo chiamati al voto per scegliere i prossimi cinque anni di governo. Come detto, non c'è alcuna bella storia. Nessuna rivoluzione. Tutt'altro. I due schieramenti maggioritari (PD e Forza Italia) si sono talmente impegnati nel rinnovamento e nello svecchiamento da riproporre esattamente lo stesso schema di cinque anni fa: Caldoro vs De Luca. Ancora loro come nel 2010.

Di Stefano Caldoro non c'è molto da dire semplicemente perché in questi cinque anni in cui ha governato la Campania non ha fatto nulla (per riferimenti andate qui). O meglio, ha semplicemente gestito e certificato il più spaventoso arretramento e impoverimento della regione Campania degli ultimi trent'anni. Guardatevi attorno. Sanità, trasporti pubblici, ambiente, strade. Tutto è peggiorato. E Caldoro è stato il miglior garante possibile per gestire privatizzazioni selvagge (cfr. TPL campano) garantendo rendite acquisite e sottraendo servizi per i cittadini più poveri (cfr. Sanità pubblica).

"Quando il popolo avrà scelto il problema non si porrà più". Sembrerebbe una frase detta da Silvio Berlusconi. Invece l'ha detta qualche giorno fa Vincenzo De Luca poiché, in base alla legge Severino, risulta essere incandidabile (come saprete la legge Severino si applica solo agli altri e pare che non valga per il PD).
Ma che De Luca fosse impresentabile lo si intuiva anche senza magagne giudiziarie.

Vedete, su Vincenzo De Luca da anni aleggia il mito del grande sindaco, dell'illuminato amministratore che fa risorgere una città, integerrimo sceriffo con tolleranza zero. Qualcuno si spinge a definirlo persino grande statista. Ebbene, per "Vincezo 'a funtana" vale quanto già detto in passato per Gianfranco Fini: è nettamente sopravvalutato.
Senza voler togliere meriti evidenti ma riportando il tutto alle giuste proporzioni, basti sapere che la città di Salerno conta 135mila abitanti (Napoli ad esempio ne conta 990mila) su una superficie di appena 59km quadrati (la sola Giugliano ne conta 94km).

La politica di De Luca è vecchia. Ed è basata sulla costruzione del consenso attraverso il cemento, le clientele e una buona dose di populismo distillato in diretta televisiva su un'emittente locale.
(io poi personalmente lo ritengo anche proto-fascista, ma questa è una mia sensazione personale)

Di questa orrenda campagna elettorale dove si è parlato molto dei personaggi e poco dei problemi da risolvere, restano le belle storie di Marco Esposito con la sua lista civica MO! l'unico che abbia avuto il coraggio di parlare di Nuova Questione Meridionale, quella di Valeria Ciarambino del M5S per l'energia e la determinazione con cui ha cercato di riportare al centro della politica il bene comune, quella di Salvatore Vozza che è riuscito nell'impresa (ardua) di aggregare quel che è rimasto della sinistra in Campania. Ma come detto all'inizio, queste storie seppur belle lo sono in quanto minoritarie.
Verrebbe quasi da chiamarsi fuori. Dire "no, non voglio scegliere perché nessuno di voi mi rappresenta. Perché io, noi tutti meritiamo qualcosa di più di un ectoplasma o di un capuzziello!".
E allora forse vale la pena provare a investire un poco del nostro tempo in una bella storia.
Chiamarsi fuori è impossibile. Se la Campania voterà De Luca la Campania sarà De Luca, esattamente come per molti anni l’Italia, che ci piacesse o meno, è stata Berlusconi. Paradossalmente i partiti che da anni gestiscono con grande controllo i nomi degli eleggibili sono l’altra metà della nostra debolezza. Nel caso di De Luca (ma anche di altri candidati imbarazzanti del PD in giro per l’Italia) la retorica della rottamazione esce rottamata come di più non si potrebbe. E questo perché molto spesso non ha saputo imporre un metodo semplice a prova di elettore scemo: mettere in lizza candidati migliori.
(Mantellini - Gli elettori)


16 maggio 2015

Il Napoli allo specchio.


E' stata dura. Una bella mazzata. Una secchiata di acqua ghiacciata sulle nostre teste. Un dolore acuto. Una fitta persistente. Guardarli inzuppati d'acqua, impotenti, mediocri e attorniati da una bolgia slava festante. Mentre noi nelle nostre case facevamo finalmente i conti con la realtà che, come sempre, si palesa nel modo più violento e crudele.
Il compito del vincitore è di far festa. Quello di chi perde è chinare il capo umilmente e guardarsi impetuosamente allo specchio. Nudo.

Era nell'aria. Questo lo posso dire con sicurezza. Sì, ce lo sentivamo tutti che non sarebbe stata gloria. In #CurvaCasaGiglio l'atmosfera era tesa. Gonzalo Higuain ha sul piede la prima netta palla gol della partita. Normalmente ci sono delle urla di accompagnamento, di incitamento. In quell'azione, invece, nessuno dei presenti ha proferito parola. Abbiamo visto il tiro del Pipita miseramente infrangersi sulla saracinesca ucraina in silenzio, con un sospiro finale. E ognuno dentro sé ha capito come sarebbe andata.

Io adesso ne sto scrivendo. Perché adesso mi sto riprendendo. Sto pian piano elaborando. Io che dopo il Wolsfburg e il sorteggio col Dnipro ero sicuro sicurissimo di poter assistere dopo ventisei anni ad una nuova impresa della mia squadra del cuore. Io che nel 1989, quando Ciro Ferrara insaccò alle spalle di Eike Immel su azione di calcio d'angolo, non avevo ancora la barba.

E allora, quindi, ci tocca. Da sconfitti e con l'approssimarsi della fine di una stagione che possiamo tranquillamente definire fallimentare, dobbiamo guardarci allo specchio e dirci tutto. Con franchezza e tranquillità.

Io però alle solite disamine tecniche/tattiche, vorrei fare una mia personale considerazione. Una cosa che è nata mercoledì sera vedendo la (bella) partita disputata dalla Juventus sul campo del Real Madrid.
Fine partita. Uno stremato Buffon raggiunge i microfoni di Mediaset accompagnato da una bellissima donna bionda sorridente. Ma chi è? Vado a leggermi l'organigramma societario della Juventus 2014/15 . Porca misera. Quanta gente. Nell'Area Comunicazione ci sono più persone che giocatori in panchina.
La bella bionda dovrebbe essere tale Enrica Tarchi, direttore ufficio stampa.
Allora vado a vedermi l'organigramma societario del Napoli 2014/15. L'area comunicazione è formata da sole due persone: Nicola Lombardo e Guido Baldari. Che quest'anno si sono distinti per aver fatto toccare al Calcio Napoli uno dei punti più bassi sul piano della comunicazione. Dall'imbarazzante presentazione a Dimaro fino al prolungato silenzio stampa di questo periodo.
Un disastro. Diciamocelo.

Poi se andiamo a vedere l'Area Direttiva salta maggiormente all'occhio una sostanziale differenza. 
La Juventus (ma anche Milan e Inter) è una vera e propria azienda. Articolata. Ci sono nomi e cariche in quantità. Ci sono ex calciatori come dirigenti (cosa bellissima che a mio modesto avviso da un forte segnale di appartenenza alla maglia). Possono vantare i servigi dell'avvocato Giulia Buongiorno per la giustizia sportiva (vedi caso Conte). 
Il Napoli si avvale di tal Mattia Grassani che, oltre a non essere in organico, non è stato capace manco di impedire l'assurda punizione a Rafa Benitez per la frase di Parma.
Il Napoli appare come una media impresa a conduzione familiare. Certo, con i conti in regola e una sana gestione. Ma non comparabile all'organigramma delle "strisciate".

Inoltre il Calcio Napoli non fa nulla per rendersi simpatica. Per accattivarsi giornalisti, federazioni sportive e tifosi.
Non conosce la "captatio benevolentiae". Quest'anno addirittura abbiamo avuto il fuoco amico dei giornalisti "napoletani". Cito ad esempio quel cialtrone di Raffaele Auriemma che quest'anno si è distinto per una inspiegabile crociata anti-Rafa. Il famoso #SpallaASpalla non c'è stato. Mai.
In queste condizioni, converrete con chi scrive, creare "l'ambiente" diventa impresa praticamente impossibile. E senza un ambiente sano e sereno, statene pur certi, non arriveranno manco i risultati.

E credo che di queste considerazioni si dovrebbe far tesoro per ripartire l'anno prossimo con lo spirito di gettare le basi per costruire non soltanto una grande squadra, ma soprattutto una grande società sportiva capace di inorgoglire chiunque abbia la fortuna di indossare quella stupenda maglia azzurra.
Forza Napoli. Sempre.


22 marzo 2015

Il Cinema a Napoli

C'avete presente il Davinotti? Non sapete cos'è il Davinotti?
Allora. Il Davinotti è questo: http://www.davinotti.com/index.php?option=com_gmap
Ed è attualmente la bibbia online sulle location utilizzate nei film girati nelle città italiane.

La cosa è abbastanza interessante, tanto che a breve il Comune di Napoli ha deciso di descrivere e geo-localizzare i principali luoghi di Napoli che hanno fatto da scenario ai tanti film ambientati nella città, in una nuova app mobile, a breve disponibile gratuitamente in italiano ed inglese.

Intanto per scaldarvi, potete partecipare a questo quiz:
https://www.facebook.com/ComunediNapoli/app_897228726964219 
e capire quale film ambientato a Napoli più vi rappresenta.
(a me è capitato "Passione" di Turturro, voi?) 


21 marzo 2015

Bergoglio Napoletano

Sono quasi le ore otto del mattino quando lo sguardo di Jorge Mario Bergoglio in arte Papa Francesco scorge il Vesuvio dall'oblò del suo elicottero. La primavera, stamattina, si è annunciata regalando una temperatura mite e un cielo libero. Prima tappa della giornata è Pompei. Atterrato, saluta i pochi fedeli accorsi e si concede un breve e privato momento di preghiera nel santuario mariano della Vergine del Rosario. Il tempo è poco. C'è subito una riunione importantissima con i vertici dell'Ente religioso "Santuario Pontificio della Beata Maria Vergine di Valle di Pompei". 
Bergoglio non ama i giri di parole. Va dritto al punto. "Fratelli, avete beni e depositi bancari da far impallidire una multinazionale. Fatturate utili annuali da capogiro. Negli anni avete accumulato un patrimonio immobiliare, esentasse, che ormai la città di Pompei è praticamente vostra. La mia Chiesa non è questo. Esigo quanto prima un piano di dismissione degli immobili superflui e non utili alle opere di carità e vi invito già da oggi ad occuparvi esclusivamente delle persone bisognose".
Poi, uscendo dal Santuario e rivolgendosi ai fedeli riuniti in piazza, Papa Francesco invita alla preghiera e aggiunge "Attenzione all'idolatria, cari fratelli. Il confine è sempre labile!".
A questo punto entra dentro la basilica, percorre tutta la navata centrale e, al cospetto del quadro della Vergine, strappa un rosario di oro e madreperla appeso come adorno. Tornato fuori dal santuario, Francesco dona il prezioso oggetto ad una vecchia indigente tra il tripudio della folla.

Il tempo è poco. Bergoglio rimonta sull'elicottero. C'è Scampia che lo attende.
Un cenno di ok dal pilota e il velivolo bianco si stacca da terra. Bergoglio guarda con una punta di tristezza lo scempio del territorio dell'agro-nocerino che dall'alto si descrive pienamente.
Pochi minuti ed ecco alla sinistra il Monte Somma con le sue pieghe verdi. Papa Francesco aggrotta l'ampia fronte quasi a volerlo imitare. E' giunto il momento. L'elicottero è quasi sopra Santa Anastasia.
Monsignor Fabián Pedacchio Leaniz porge nelle mani di Francesco una scatoletta di plastica con una antenna e al centro un pulsante rosso. I due si guardano negli occhi. La scatoletta emette un breve fischio. "E' collegata, Santità. Quando vuole." Bergoglio senza esitazione preme il pulsante rosso. L'elicottero ha un sobbalzo, centrato in pieno dall'onda d'urto di un'esplosione. Francesco si affaccia dal suo oblò e guarda in basso. Lì dove un tempo c'era il Santuario della Madonna dell'Arco adesso c'è un grosso fungo di fuoco. "Amen".

Sono da poche passate le ore nove. Papa Francesco è finalmente arrivato a Scampia. Nella Piazza detta del "Mammut" c'è tanta gente ad attenderlo. Un coro comincia ad intonare una canzone in onore del Papa che adesso sulla macchina "papale" sta raggiungendo il palco.
Lo accoglie il Cardinale Crescenzio Sepe con un discorso "Santità, grazie per essere venuto per questa visita pastorale. Anche i ciechi..."
"Basta. Basta. Basta" lo interrompe Francesco "Egregio Cardinale, noi, in data odierna, ci siamo degnati di venire in questa misera piazza, al cospetto di lei che, sebbene danaroso, è un disgraziato..."
Il Cardinale è basito. In tutta la piazza si ode solo un sommesso brusio. Bergoglio gli sorride, gli da un paio di schiaffetti e dice "Crescé, è Totò. Miseria e Nobiltà. Una citazione!".
La piazza è in delirio. Applaude. Ripete il suo nome ritmicamente. A questo punto però Papa Francesco si fa serio. Prende il microfono, attende che la piazza si silenzi.
"Io non posso obbligare nessuno. La vita ognuno la vive come crede. Però sia chiaro che nella mia Chiesa non c'è spazio per chi uccide, per chi lucra sulla disperazione e per chi vende morte. Proprio qui, a Scampia, voglio ribadire ciò che ho detto a Sibari. I mafiosi sono scomunicati, out, fuori. Niente comunioni, battesimi, matrimoni o funerali per chi si è macchiato di peccati mortali. Chiaro?!"
A questo punto si gira alle spalle, scorge una Vela. Guarda il parterre di politici. "Ma cosa state aspettando ad abbattere questo scempio? Eh?! Io stamattina in pochi secondi ne ho fatto saltare in aria uno simile. Se vi serve una consulenza, chiedete pure!".
Poi il tema del lavoro "Un segno negativo del nostro tempo è la mancanza del lavoro per i giovani. La criminalità si combatte anche dando alternative e libertà. Libertà dalla povertà e dalle clientele politiche!", spiega. "Il capitalismo ci sta rubando il futuro. La finanza mondiale ci sta negando la felicità. Marx in fondo, al netto di quella cosa sull'oppio dei popoli, non aveva scritto tutte fregnacce!"

Ore dieci e quaranta. Piazza del Plebiscito. Papa Francesco officia la Santa Messa. Parte l'omelia: "Basta con questa raffigurazione folkloristica di voi napoletani tutti sorrisi e manduline! Ritrovate la vostra dignità come comunità. Mi appello in particolare alla parte più avanzata della società di questa terra. Politici, medici, avvocati, insegnanti, insomma, ci siamo capiti. A voi dico: siate contagiosi, non escludete arroccandovi. I problemi atavici si risolvono affrontandoli e non lasciandoli per strada. Ci vorrà tempo. Ma è un patto generazionale. Vi auguro di poter essere orgogliosi di questa terra non solo per le bellezze naturali ma anche per l'operato dei suoi figli. Io pregherò per voi ma voi un poco di impegno ce lo dovete mettere, eh!"

Ed ecco alla fine il pranzo al carcere di Poggioreale. Pranzo con i detenuti.
Bergoglio si lascia riempire il bicchiere due volte di un ottimo vino rosso di Gragnano.
Nello sparecchiare il tavolo, uno dei detenuti fa cadere una posata a terra. Gli scappa un'imprecazione "Mammt!". Bergoglio intercetta quella parola. Si volta di scatto. "Ehi, stai offendendo mia madre??" manco finisce di dirlo e già parte con un pugno dritto sul naso del povero detenuto che cade a terra tra il fracasso dei piatti rotti. Setto nasale rotto. Il detenuto è una maschera incredula di sangue.
Ci vogliono dieci persone per mantenere il furioso Papa che continua a ripetere "Non mi offendete la mamma eh! Non mi offendete la mammaaa!!!"
Finalmente viene sedato con una iniezione di Immobilon.
A questo punto viene legato e rimesso sull'elicottero. Direzione Vaticano.

p.s.
La cronaca della vera visita del Papa a Napoli la trovate qui. 


15 febbraio 2015

Storia di un Carnevale

Un mese di laboratori. Franco, Rosario, Patrizia, Gaetano, Aldo, Enzino, Mario. Cartapesta, colla, pittura, spugna. Franco che per costruire la barca porta delle canne fluviali da Tufo. Sul tetto della sua auto. I nuovi acquisti, Sergio e Bruno. Ogni tanto un'affacciata di Titina, di Vittorio "Vittò, cosa vuole Scampia?" "Tutto!". Enzo e i suoi brindisi. Martina e Giovanna presenti anche se lontane. Le sagome di cartone raffiguranti i bambini del mondo. "Ma l'hai fatto il bimbo curdo?" "E com'è fatto un bimbo curdo?". Le casacche del Gridas per i bambini. Mirella supervisiona e dà consigli.
Pian piano le idee prendono forma. Si colorano, Convincono. "Ma questo colore dello scafo?" "Mo lo rifacciamo". Si consolidano tutte le pedane con le ruote. E si mangia insieme, ci si racconta, si discute.
Si avvicina il gran giorno. Arriva Francesco detto "Ciccio" da Noto. Sicilia. Per raccontarci con la sua telecamera. Arrivano i murgheri da Roma. Daniele e Giacomo. Monica e Gianluca che hanno ospitato a casa loro mezzo mondo.
E Alessandra che dorme nel suo carrozzino in mezzo al salone del laboratorio, tra il vociare e il trambusto dell'ultima sera. "C'è altro da fare?" "Oh, domani piove, lo dice il telefonino".
La mattina fuori al Gridas. Domenica. Si preparano i carri. La barca viene montata sul carrello. Esce anche San Ghetto. Il Monte Rosa sonnecchia ancora. Al primo piano del Gridas ci sono tutti i murgheri al trucco e parrucco. Gaetano si fa vedere nonostante l'influenza. Gennaro l'operaio mi racconta di "Musica libera tutti" e dei ragazzi che sotto i portici, difronte al Gridas, stanno improvvisando un bellissimo concerto di musica classica. Caterina, Nicoletta e Michele con le casacche rosse del Gridas. Mi emoziono. Siete belli.
Arrivano Silvana e Rosario, i gemellati di Materdei. Il tempo è bigio, arrivano folate di aria fredda che non promettono nulla di buono. "Si parte precisi alle 10:30!". I tamburi delle murghe cominciano a scaldarsi. Tutte le maschere sono allineate, pronte per essere indossate. Daniele mi abbraccia "Fratemo!". Vedo Daniela con un pancione enorme e nonostante ciò non vuole mancare al corteo. Marco sempre sorridente. Biagio e Barbara, anche loro nuovamente in dolce attesa "Oh, ragazzi, fermatevi! Quanti diventiamo?". Mi giro e mi trovo davanti Claudia e Tiziano con i miei nipotoni. Michele intanto ha preso il suo sax e comincia a intonare qualcosa. L'auto di Franco è stata trasformata in macchina da festa con due grossi altoparlanti sul tetto. C'è Chiara del Mammut che colora i visi di grandi e piccini. "Ma un poco di caffé?".
Intanto accanto a San Ghetto intravediamo uno mascherato uguale uguale uguale a Luigi De Magistris. Ah, ma è proprio il Sindaco! San Ghetto, pensaci tu.
Spuntano anche Luca e Paola. Ci sono le casacche del Gridas anche per Vito e Pietro.
Mi aggiro tra la folla. Adesso siamo tantissimi. Di sfuggita saluto Mister Piccolo. Ecco Genny Sociale, mi parla del carnevale che hanno organizzato a Gianturco per martedì. Mario mi fa vedere lo sportellino dove ha messo le scorte d'acqua.
Franco inizia a smaniare. Dobbiamo partire. E' tardi. Martina dà l'ultima razione di tetta alla piccola Alessandra. Giovanna è già Luna. Ed ecco anche Rigoberta. Mirella con la grancassa reclama attenzione. Gianni scandisce i nomi di tutte le associazioni e scuole presenti. Tantissime.
Si parte. "E la Gru? Chi la porta?". Eccomi. Sul percorso tanti sorrisi e tanti saluti. Saverio che mi vuole dare il cambio per spingere la Gru; Massimo che mi sfotte perché faccio foto con lo smartphone "Vengono mosse!"; Ciro che mi avvolge nel suo abbraccio; Carlo con cui parliamo delle trappole del PD. Alessandra che dorme nel suo carrozzino mentre tutt'attorno è un continuo di tamburi e fischietti. Siamo tanti, tantissimi. Sorridenti. Felici. Soprattutto asciutti. San Ghetto ha intercesso per non far piovere. 
E' vero. Non c'è nessun Genny Savastano o Ciro Di Marzio. Non ci sono bicchieri di piscio o sparatorie a tutto spiano. Nessuna cocaina o inseguimenti. E quindi a molti potrà risultare noioso.
Mi dispiace, ma Scampia è altro. 
E per le strade di Scampia, oggi, c'è solo colore, calore, ritmo, musica, risate, bambini di tutte le età. C'è la gioia di stare insieme e di condividere. Ci sono persone vere, storie bellissime da raccontare.
Fatevene una ragione. Il male non abita in un quartiere. Il sole illumina tutti.
E a dar retta alle previsioni meteo, specie quelle dei telefonini, si rischia di restare chiusi in casa.

Update:
Un foto racconto personale lo potete trovare qui.
Lo stream su Instagram qui.


8 febbraio 2015

Il Migliore?

Qualcuno prima o poi dovrà pur farlo.
E allora parto io.
Ci avviciniamo alla data fatidiche elezioni regionali in Campania di Maggio 2015.
Lasceremo finalmente alle nostre spalle il vuoto cosmico della Giunta Caldoro di cui non ricorderemo nulla se non l'incapacità di andare oltre l'ordinario e la capacità di complicare le cose semplici.
Così, come un peto umido sganciato nello spazio, la Giunta Caldoro andrà via senza far alcun rumore, ma lasciando dietro di sé una scia marrone (wow che metafora!).
Rumore che invece stanno facendo, e tanto, nel PD per decidere il candidato Presidente in vista di una certa e scontata vittoria elettorale alle prossime regionali e del ritorno trionfante ai posti di comando a Via Santa Lucia.
La corsa in questo momento è a tre: Vincenzo De Luca, Andrea Cozzolino e Gennaro Migliore.
Dei primi due grosso modo già sappiamo qualcosa. De Luca è l'acclamato Hugo Chávez di Salerno, sconfitto proprio da Caldoro alla scorsa tornata elettorale, battitore libero con pericolose incursioni nell'autoritarismo e nel culto della personalità; Cozzolino, eurodeputato, nato e cresciuto all'ombra di Antonio Bassolino, resosi celebre soprattutto per il pasticciaccio brutto delle primarie PD per il candidato a sindaco di Napoli del 2011, quando il nostro portò a votare anche i cinesi pur di avere l'incoronazione (pasticciaccio che poi portò alla candidatura di Morcone-Chi??).
Gennaro Migliore, invece, sembrerebbe assurgere al ruolo del terzo che gode tra i due litiganti, in virtù anche dell'appartenenza alla corrente dell'attuale maschio alfa all'interno del PD.
Ma chi è Gennaro Migliore?
Migliore nasce politicamente con Rifondanzione Comunista, mettendosi in luce nei comitati provinciali napoletani per una spiccata attitudine nel fiutare la corrente giusta (veniva definito "Migliore di nome e migliorista nei fatti"). Infatti egli, in coppia col sodale Peppe De Cristofaro, si aggancia subito al treno bertinottiano. Dai Giovani Comunisti, organizzazione di cui diventa il primo segretario, al Parlamento passando per il Chiapas (!!) in un impeto "NoGlobal NoLogo Terzomondista TuteBianche". A seguito del collasso di Rifondanzione, punta sul cavallo vendoliano in SEL, e qui il non più giovane Gennaro, si distingue per le mirabili supercazzole da Capogruppo alla Camera contro il Governo Letta, contro le larghe intese e contro una modifica della legge elettorale che "penalizza la rappresentanza in nome del falso mito della governabilità" (oh ma queste cose sono molto condivisibili, mi direte. Eh, ma aspettate...). Poi, in una sera di giugno dell'anno scorso, Gennaro fiuta nuovamente la corrente giusta. Colpo di scena. Doppio carpiato con cufaniello finale, ed ecco Gennaro Migliore nella corrente di Matteo Renzi. Ta-daaaà!! E quindi diventa tutto bello, dalle larghe intese all'Italicum. Ed ecco per magia arrivare anche l'investitura come candidato "forte" del PD per le prossime elezioni regionali.
Capiamoci. Non ne sto facendo una questione di coerenza. Quando poi il sottoscritto pensa che essere coerenti non significhi stare fermi sulle proprie posizioni ma che la coerenza si misuri nel percorso e nella direzione naturale dei cambiamenti durante una vita.
Però, caro Gennaro Migliore, io l'unica coerenza, l'unico percorso e direzione che posso riscontrare nel tuo ventennale impegno politico, è quella di abile e scaltro uomo quattro stagioni, purché ci sia un buon tornaconto.
Sei fondamentalmente un burocrate, onesto, sicuramente, ma burocrate. Anche se adesso ti presenteranno come un giovane rampante in conformità alla narrazione vincente renziana.
Ma siamo proprio sicuri che la Regione Campania abbia bisogno di questo?
Lieto di essere smentito. Off course.


24 gennaio 2015

Perché "Napule è" non può essere l'inno del Calcio Napoli


Premessa. Necessaria.
Cos'è un inno e qual è la sua funzione. Brevemente, un inno è, solitamente, un motivetto (spesso di merda) con parole (quasi sempre di merda) con la funzione essenzialmente di dare una pomposità e una mitologia ad una comunità, sia essa territoriale, scolastica, religiosa o, come in questo caso, sportiva.

Negli anni molti club sportivi si sono dotati di un proprio inno ufficiale, cominciò il Milan di Silvio Berlusconi e a seguire tutti gli altri.
Noi, parlo del Calcio Napoli, per un periodo abbiamo avuto Nino D'Angelo con "Forza Napoli" tratta dal film "Quel ragazzo della Curva B", poi, nell'era De Laurentis, abbiamo utilizzato una bella canzone della nostra tradizione: 'O Surdato 'nnammurato (con nel mezzo un'esperimento di rifacimento di questa canzone da denuncia penale). Salvo poi annunciare, a seguito della morte di Pino Daniele, in un San Paolo gremito, in occasione della partita Napoli-Juventus, che la canzone "Napule è" sarebbe diventata l'inno della squadra partenopea.


Comprendo. Veramente.
Il momento era emozionante. Tutto lo stadio a cantare "Napul è" con la "sciarpata". A me è venuta la pelle d'oca. Anche perché la morte di Pino Daniele mi ha effettivamente turbato.
Ho provato quella strana sensazione, come se fosse morto uno di casa.
Però, cari conterranei, stiamo sbagliando. E se vogliamo che Pinuccio nostro (R.I.P.) non abbia di che contorcersi dove si trova adesso, potremmo cominciare col capire bene quello che ci ha voluto dire con le sue canzoni.
(e non credo che Pino Daniele avesse scritto questa canzone con l'intento di renderla un "inno")

"Napule è".
Questa canzone, cari miei, è una enorme, gigantesca, denuncia. E' una fotografia impietosa di Napoli, delle sue contraddizioni e della difficile situazione che vivono i cittadini napoletani.
Non può essere utilizzata per cartelloni pubblicitari (estrapolando frasi a cazzo).
Non può essere, soprattutto, utilizzata come Inno Ufficiale del Calcio Napoli.
Perché ogni volta sarebbe un mea culpa. Vi spiego.
Napule è mille culure
Napule è mille paure
Napoli è mille colori, la complessità di una città che nei secoli veramente ne ha viste tante e non è certamente quella che si può definire una città "noiosa". Mille paure. Dalla criminalità, alla fatiscenza dei luoghi; dall'inquinamento alla povertà.
Napule è na' carta sporca
E nisciuno se ne importa
E ognuno aspetta a' sciorta
Attenzione. Passaggio fondamentale. Qui, se vi fosse sfuggito, Pinuccio ci/si fa una chiavica. Dicendo che siamo una popolo di fatalisti menefreghisti, incapaci di fare squadra per risollevare le nostre misere sorti, campando giorno dopo giorno "in attesa che si verifichi un Accadimento straordinario".
Napule è tutto nu suonno
E a' sape tutto o' munno
Ma nun sanno a' verità.
E io qui ci leggo una chiara denuncia alla stucchevole e ormai artefatta immagine di Napoli da cartolina, infarcita di armoniosi mandolini, pizze fumanti, sfogliatelle fragranti e saporite, sole caldo splendente e i pescatori di mergellina sorridenti, insomma la Napoli paradisiaca. Immagine che, appunto, è quella conosciuta (e ricercata) dal resto del mondo. Peccato che invece la quotidianità del luogo sia tutt'altra cosa, "la verità" è un'altra, e i suoi abitanti sono molto più simili alle statuine raffiguranti le anime del purgatorio, che si possono trovare nei tabernacoli lungo i vicoli di Napoli, eternamente divorati dalle fiamme e con uno sguardo di supplica della serie "speramm' ca' me va bbuon'"

Ecco.
Adesso capite perché penso che non è proprio il caso di utilizzare questa canzone come Inno?
Poi se non avete ancora capito, allora provate a sentire questa canzone (che mi ha fatto scoprire Malvino) che praticamente è una "Napule è", ma molto più esplicita:
Che dite? La usiamo come Inno la domenica allo stadio?


5 gennaio 2015

nun fernesce chiù!

"Nun ce scassate 'o cazzo!"
E partiva lo sghignazzo dai sedili posteriori della nostra auto, mio e delle mie sorelle "Papà! Rimettila daccapo!".
Aspettavamo tutta la canzone, "Je so' pazzo! Je so' pazzo!" per poter ripetere insieme a lui, solo col labiale, quell'epico finale.
"Nun ce scassate 'o cazzo!"
Così, Pino Daniele è entrato le prime volte nelle mie orecchie. Con quella voce strana, nasale, l'accento sguaiato e volgare.
Papà che comprava le cassette di Pino Daniele tarocche uscendo dal cimitero di Capodichino la domenica mattina. E il ritorno a casa ascoltando la sua musica.
"Papà cos'è la bella 'mbriana? E la cazzimma?"
E poi la sala giochi a Via Epomeo dove andavamo per il calcio balilla e dove il jukebox aveva solo gli album di Pino Daniele. Così mentre smadonnavi col tuo compagno di squadra che non alzava le stecche al momento giusto, poi ti ritrovavi a canticchiare "Si nosotros no semos nada".
Poi la chitarra. E le prime canzoni imparate. Re, Rem7, Re7. Quanno chiove. "e t'astipe pe nun muri".
Tutti quegli accordi strani, il tocco melodico, le settime aumentate, Re7+, Sol7+ e partiva il coro "Napul'è mille culure". Che poi quando sento questa canzone mi tornano in mente le immagini di Maradona che abbraccia un Ciro Ferrara in lacrime a Stoccarda. Penso sia colpa di un servizio andato in onda all'epoca alla Domenica Sportiva (Italo Kuhne credo l'autore).
E le prime vacanze in campeggio. Lontani da casa. Con Zio Pino a farci da passaporto. Con orgoglio.
Potevi incontrare anche un piemontese. Garantito che conosceva almeno una canzone di Pino Daniele. Il nostro Bob Marley. "Putesse essere allero cu nu spinello 'mmocca" "Cercando qualcuno che voglia fumare a metà".
L'esame di maturità. In ritiro su una montagna a studiare. Io, Gianni e Antonio. E la sera a gridare insieme "E saglie 'a voglia d'allucca'!!". "Alleria".
"Ma mi vuoi insegnare a suonare 'Quando'???" 
E poi una vacanza a Formia, la notte in giro per locali, in auto con Gianni e dallo stereo "Notte nun da' turmiento a chi se vo' 'mbriacà".
E poi ancora l'estate, ventenne, la salsedine, i primi amori. Enzo che canta. Io accompagno con la chitarra. "Si accussì, accussì famme ridere accussì ". Attorno ad un fuoco sulla spiaggia. Peppe che canta "I' mo' moro cu' 'stu calore nun me fido cchiù"
Gigi che mi insegna gli accordi di "Ue man!" e mentre suono lui ci cala un mega assolo. Facendo la faccia degli accordi.
Alla festa di Italo con l'accompagnamento dei Controtempo, cantiamo "A testa in giù". La mia preferita.
Rosario, all'Orientale, che mi passa tutti gli spartiti. Lui che sogna una Paradis. Ma quant'è bella la Paradis? La vedi e pensi a Pino Daniele.
Le nottate davanti al monitor con Silvano a scrivere codice. C'era anche Zio Pino. "e quanno good good cchiù nero d'a notte nun po' venì".
Anche nelle nottate a passeggio per casa con in braccio un fagotto irrequieto, a canticchiare "Ma poi del resto t'aspetterei nun me 'mporta 'e chello ca me puo' da'".

E questo è il flusso di memoria riaffiorato oggi. Così volevo ricordare Pino Daniele. Con quello che ha impresso nella mia mente.
Perché chi resta nella memoria non muore. Mai.
E allora mi piace ricordalo, adesso, riascoltandolo al minuto 4:16 di questa canzone, ridere con lui e ripetere insieme: "nun fernesce chiù!!".


4 dicembre 2014

Le Belle cose

Belle cose. Ieri sera al Modernissimo ho partecipato alla presentazione della graphic novel "L'Arte della felicità". Qui potete leggere dell'evento.
Io ero uno dei quattro "blogger", questa categoria residuale che a breve sostituirà il panda nel logo del WWF, chiamati a raccontare la propria visione di Napoli. Grazie ad Alessandro Chetta che ogni tanto ci fa incontrare "de visu" per sfatare il "On the Internet, nobody knows you're a dog".

Belle cose. Poter abbracciare Gigi Scialdone che è apparso come una visione mistica mentre mi rammaricavo con Marino Guarnieri della sua assenza. "Ma non eri in Messico?". Gigi è ovunque.
Dopo la presentazione "ufficiale", nella quale ho apprezzato l'intervento di Maurizio De Giovanni, è toccata a noi quattro "blogger" raccontare la nostra visione parziale di Napoli.
Tra obelischi imbrattati, biciclette pieghevoli e pasta alla genovese, io ho scelto di leggere un mio vecchio post per raccontare "L'Arte dell'infelicità del pendolare".

Belle cose. Nell'attesa poter prendere un caffè con Luca e visitare la sede di Buzzoole mentre su via Roma scorreva un esiguo corteo di studenti che manifestavano contro il JobsAct (appena approvato)
Ma la giornata resterà memorabile per essere stato testimone casuale di un momento stupendo.

Piove. Tanto. Mi riparo sotto il cornicione del Modernissimo. Aspetto che arrivi gente. Sono in anticipo. Arrivano anche due ragazzini di corsa. Lei con cappuccio, piercing sotto il labbro inferiore, rossetto deciso. Lui pantaloni sopra la caviglia, scarpe lucide e capello rasato tranne nella parte centrale dove invece parte un mega ciuffo biondo.
Sono vicinissimi. Posso sentirli chiaramente.
Lui - Nient' te lo volevo dire. Mi piaci.
Lei - Ma ssì scem'??
Lui - Da quando ho visto la tua foto su Feisbùc aggio ditt' "Uà troppa bella", poi ne hai messa un'altra è ho detto "Uà chest' 'over' fa'" e allora ti ho voluta incontrare.
Lei - [ride]
Lui - E chest'è. Mi piaci. Te lo volevo dire. Mo lo so che staje penzan' "Chist' pare 'o pesce".
Lei - No, quann' maje... 
Lui - Allo'?
Lei - ..e che t'aggia dicere?
Lui - Niente, mo te l'ho detto. Pooo, penz' caaaaaa, [squillo del suo cellulare] Aspè...Pro', pro', Lucià?

A questo punto Lei scappa sotto il cornicione del palazzo difronte. Lui la segue.
E io avrei voluto dirle "Ma bacialo! Cosa aspetti?! Che le belle cose non tornano!"